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venerdì 18 giugno 2010

Esiste la reputazione online? Un post interessante da OneWeb 2.0, di Luca Mori


Leggendo questo post di Luca Mori vengono in mente alcune cose sulle quali vi invito a riflettere e commentare: nel web si accumulano e stratificano una marea di notizie, immagini, storie di milioni di persone, a volte senza riscontro spesso non più attuali, esiste il pericolo che si possano "costruire" fatti, personalità e come ovviare a ciò? E' il web il vero "grande fratello"?
Esistono e quali sono le differenze col mondo cosiddetto reale?
Il mio parere è che i protagonisti siamo sempre noi cioè le persone sia in veste di attori che di spettatori o commentatori, credo che il web cioè le persone che lo agiscono sia una opportunità per prendere coscienza di fatti e misfatti e non uno strumento per "modificare personalità o immagine", è uno strumento di partecipazione, è una società agita tramite strumenti e procedure informatiche ma pur sempre di relazioni tra persone trattasi e la società è il comportamento degli individui. Se qualcuno viene beccato a fare il furbo, come nel caso descritto nel post di Luca Mori ciò non può essere un alibi per condannare la Rete.
Ecco l'articolo di Luca Mori pubblicato su OneWeb 2.0:

Reputazione online: scoppia il caso Daniele Luttazzi

Tecnicamente è un caso di studio complesso di reputazione online. Un caso intrigante come un giallo e interessante anche per chi si occupa di online reputation management riferito ai brand. Protagonista, suo malgrado, è Daniele Luttazzi, autore satirico ben noto per le controverse apparizioni in televisione, per le brillanti performance in teatro, per i DVD e per i libri, bersaglio con Michele Santoro e Enzo Biagi del cosiddetto “editto bulgaro“.

In questi giorni in rete circola insistente una voce: “Luttazzi copia“. Lo dicono molti blogger, a partire dal blog “myvoice” che propone “un’inchiesta artistico professionale” sulle copiature di Luttazzi; lo racconta un video su YouTube, intitolato “il meglio (non è) di Daniele Luttazzi”, più volte rimosso per iniziativa di una società, “Krassner Entertainment”, il cui sito è vuoto e che il servizio “whois” fa risalire a Daniele Fabbri, cioè allo stesso Luttazzi.
In un’intervista a Radio Deejay, Luttazzi aveva dichiarato:
Non mi divertirei a dire battute scritte da un altro..
Eppure, ci sono molti indizi per sostenere che Luttazzi abbia tradotto e pronunciato in molte occasioni battute scritte da altri, come raccontano ad esempio un articolo di Katia Riccardi e un appello di Francesca Fornario, rispettivamente sulle versione online di Repubblica e de l’Unità.

Un altro elemento del “giallo” riguarda l’iniziativa “Caccia al tesoro“, che Luttazzi ha proposto ai fan tramite il suo blog ufficiale: qui Luttazzi dichiarava esplicitamente di aver mescolato alle sue battute quelle di altri autori comici o satirici, senza citarli, e invitava i suoi lettori a trovarle. Il primo problema, in questo caso, riguarda la data del post relativo alla “Caccia al tesoro”: Luttazzi avrebbe impostato una data fasulla, secondo le ricostruzioni più articolate, che esplorano le informazioni ricavabili dal CMS usato da Luttazzi e ricorrono al sito Web.archive.org, una specie di “macchina del tempo” del Web.

Un secondo problema riguarda il senso della “caccia al tesoro”. L’idea veniva presentata sia come un gioco per i fan, sia come un espediente per difendersi da eventuali accuse di volgarità, o peggiori. Una specie di tranello per i critici: chi accusava Luttazzi di essere solo volgare e di non essere un autore satirico, poteva ritrovarsi tra le mani battute non di Luttazzi, ma di autori satirici di lingua inglese universalmente riconosciuti. Il punto è che, in un questo genere di gioco, il tesoro da cercare dovrebbe essere ben nascosto: al momento, però, sembra che il tam-tam nel Web 2.0 abbia portato a scoprire che circa un terzo delle battute di Luttazzi sono copiate. Un po’ troppo per una caccia al tesoro.

mercoledì 9 giugno 2010

Ci sarà anche la bolla dei Social media ?




Voglio proporvi alcune riflessioni interessanti tratte da http://blog.tagliaerbe.com/.




Nonostante tutto l’entusiasmo che circonda i social media, Internet non ci sta “connettendo” così tanto come pensiamo. E’ principalmente un luogo dove si stabiliscono connessioni deboli e artificiali, quelle che io chiamo “relazioni sottili”.
Durante la bolla del subprime, banche e broker si vendevano l’un l’altro crediti inesigibili – debiti che non potevano essere riscossi. Oggi, i media “sociali” mercanteggiano connessioni di bassa qualità – legami che difficilmente producono relazioni significative e durature.Puoi chiamarle “relazioni inflazionate”. Nominalmente, hai molti più rapporti – ma in realtà pochi o nessuno ha valore. Così come l’inflazione svilisce il potere del denaro, l’”inflazione sociale” svilisce le relazioni. La stessa parola “relazione” viene svalutata. Dovrebbe significare qualcuno su cui puoi contare. Oggi significa qualcuno con cui puoi scambiare dei bit.

Le relazioni sottili sono l’illusione di quelle reali. I rapporti reali sono basati sull’investimento reciproco. Io investo su di te, tu investi su di me. Genitori, figli, coniugi – tutti sono investimenti di cifre, tempo, soldi, conoscenze, attenzioni. Le “relazioni” al centro della bolla sociale non sono reali perché non sono basate su investimenti reciproci. Al massimo, sono segnate da qualche piccolo pezzo di informazioni o attenzioni qua e là.
Ecco ciò che dà sostegno alla mia ipotesi.

Fiducia. Se ci fermiamo alle apparenze, grazie ai social media il numero delle amicizie nel mondo è centuplicato. Ma ciò è accompagnato da un aumento della fiducia? Direi di no. Forse ci vorrà del tempo per vederne i vantaggi. Ma i social network sono già in giro da una decina d’anni, e la società non sembra essere tanto migliore.

Perdita di potere. Se gli strumenti sociali avessero creato dei reali benefici economici, ci saremmo dovuti aspettare un “effetto sostituzione”. Avrebbero dovuto rimpiazzare – disintermediare – i potenti del passato. E invece, al contrario, danno loro sempre più potere.
I tuoi social network preferiti non ti hanno liberato da agenzie PR, cacciatori di teste e altri tipi di broker. Anzi, ne stanno creando nuove legioni. La stessa Internet non toglie potere ai governi dando voce a chi non la ha; anzi, aiuta gli stati autoritari a limitare e circoscrivere la libertà abbattendo radicalmente i costi di sorveglianza e di polizia.

Odio. C’è un vecchio tormentone: Internet va avanti grazie all’amore. Allo stesso modo, però, è piena di odio: odio irrazionale verso le persone vicine, i luoghi, o le cose solo un po’ “diverse”. Ultimamente hai letto i commenti di qualche sito di news? Di solito sono gigantesche pozzanghere di bile e vomito. Dai una occhiata a queste email di Floyd Norris: il “social web” oggi è sinonimo di “sparare alla gente in corsa”.

Esclusione. Le persone si auto-organizzano intorno a gruppi ai quale piace qualcosa, ma raramente colmano i divari fra gruppi differenti. Eppure, è proprio in quel modo che iniziano le relazioni più preziose.
Essere “amico” con altre 1.000 persone ossessionate dagli occhiali vintage anni ‘60 non è amicizia – è solo condividere un singolo, solitario interesse.

Valore. E’ la prova finale. Se le “relazioni” create su Internet fossero state di valore, forse le persone (o gli inserzionisti pubblicitari) avrebbero pagato per la possibilità di goderne. Eppure pochi, se ce ne sono, lo fanno – sempre e comunque. Al contrario, siccome le “relazioni” non hanno valore, le aziende sono costrette a cercare di monetizzarle in modi eticamente discutibili. Perché non sono relazioni. Io posso scambiare bit con pseudo-sconosciuti su tutti i siti possibili. Gli “amici” di questo tipo sono una merce – non un valore, o un bene insostituibile.
Tre tipi di tumori stanno corrodendo la vitalità del web. In primo luogo, l’attenzione non è allocata in modo efficiente; le persone trovano cose di poco valore rispetto ai loro veri interessi. In secondo luogo, le persone investono in contenuti di bassa qualità. Farmville non è esattamente Casablanca. Terzo, è più dannoso di tutti, è l’indebolimento di Internet inteso come “forza del bene”. Non sempre è Farmville (che non è Casablanca), ma nemmeno sempre è Kiva. Uno dei migliori esempi della promessa dei social media è Kiva, che assegna micro-crediti in modo significativo. Per contro, Farmville è in gran parte inutile, da un punto di vista sociale. Non si creano persone migliori; si creano solo inserzionisti migliori.

Riassumiamo. Dal lato della domanda, l’inflazione delle relazioni crea l’effetto dei concorsi di bellezza, dove come ogni giudice vota per il concorrente che gli altri giudici pensano sia il migliore, le persone trasmettono quello che pensavo che gli altri vogliono. Dal lato dell’offerta, l’inflazione delle relazioni crea l’effetto delle gare di popolarità, dove le persone (e gli artisti) lottano per ottenere una immediata e viscerale attenzione – invece di fare cose fantastiche.
I social non sono concorsi di bellezza o gare di popolarità. Sono una distorsione, una caricatura della realtà. Si tratta di fiducia, di connessioni, di comunità. C’è troppo poco nel panorama mediatico attuale, a dispetto di tutto il trambusto che circonda gli strumenti sociali. La promessa di Internet non era quella di gonfiare le relazioni senza aggiungerci profondità, risonanza e significato. Era fondamentalmente di “riconnettere” persone, comunità, società civile, imprese e stato – attraverso relazioni più dense, forti e significative. Ecco dove il futuro dei media mente.
Liberamente tradotto da The Social Media Bubble, di Umair Haque.